PROGETTO EDUCATIVOCooperativa Sociale "LO SCOIATTOLO" 
PREMESSAQuesto progetto, come tutti i progetti in genere, si realizza col conseguimento di obiettivi. Gli obiettivi devono essere chiari per chiunque, a qualunque titolo, vuole essere parte del progetto. Nel tempo il progetto potrà subire modifiche rese necessarie dal cambiamento della realtà in cui si opera.
UN'ANALISI DEL TERRITORIOIl Comune di Monzuno presenta un profilo sociale piuttosto diversificato stante la sua configurazione ambientale e tenuto conto del suo passato. In prima approssimazione, si possono distinguere due realtà principali: una di alta collina, ubicata attorno al capoluogo, ed una di vallata, sita lungo il corso del Setta e comprendente anche le frazioni di Vado e Rioveggio. IL CAPOLUOGO Monzuno è il capoluogo, con circa millecento abitanti, su di esso convergono altre piccole frazioni che contano complessivamente poche centinaia di residenti. Il paese ha una storia caratterizzata da un'agricoltura sostanzialmente di sopravvivenza, da un settore artigianale molto modesto (es. lavorazione della paglia) e da alcune attività commerciali di piccole dimensioni. Fino e tutti gli anni '50 un numero limitato di proprietari terrieri, compresa, ed in primo luogo, la Chiesa, costituiva il ceto economicamente e socialmente più rilevante. La mezzadria ed il colonato rappresentavano le tipologie di contratto agrario dominante, anche se non mancava una certa platea di piccoli contadini proprietari, come pure sacche di autentica miseria. Dagli anni '50 e fino al decennio '70, il territorio ha conosciuto un fortissimo esodo dal contado al capoluogo, e dal capoluogo verso la città e i suoi sobborghi. Dall'inizio degli anni '70, l'economia del paese si è retta sul settore edilizio, spinto fortemente da una scelta urbanistica volta a sfruttare i valori ambientali della zona come luogo di residenza secondaria per cittadini bolognesi e quindi del turismo estivo. Accanto alle costruzioni si sono impiantate un paio di aziende (metalmeccaniche e plastiche), con pochissime decine di dipendenti a pieno organico, che non sono sopravvissute alla crisi degli anni '80. Dal decennio '70, si assiste ad una inversione di tendenza nel flusso demografico con un progressivo, anche se limitato, incremento di residenti che continua tuttora e che privilegia soprattutto il centro. Il relativo ricambio di popolazione, le migliorate condizioni economiche generali (pagate, fra l'altro, con un alto tasso di pendolarismo verso le zone industriali della cintura cittadina), la significativa scolarizzazione delle ultime generazioni, nonché il frequente contatto con la realtà urbana della città, sia direttamente, sia attraverso i cittadini che frequentano Monzuno, hanno creato un tessuto sociale più composito e dinamico. Il controllo sociale, che pure resta forte, lascia sempre più spazio a fenomeni di atomizzazione sociale (che manifesta una doppia componente: un certo individualismo tradizionale si è incontrato con i fenomeni indotti dalla modernità televisiva). Se a una prima lettura il tessuto antropologico sembra abbastanza solido e "protetto", ancorato ai valori familiari che vengono dal passato e da una spontanea interpretazione "conservatrice" della modernità, un'analisi più attenta può rilevare fragilità ed elementi di disgregazione non indifferenti, a testimonianza delle difficoltà ad assorbire i traumi sociali che comunque hanno segnato l'ultimo quarantennio anche di questa parte dell'Appennino. La chiave per far lievitare la qualità della vita in questa porzione del territorio potrebbe risiedere nel coniugare la valorizzazione dei punti di forza della tradizione locale (compresi, e in primo luogo, i valori ambientali) con la crescita non dirompente di esperienze più "urbane", collettivamente più mature, ad alto contenuto di sapere. LA VALLE DEL SETTA La Valle del Setta è la porzione del Comune più legata ai fenomeni di trasformazione in direzione della "città allargata" che interessano tutta la "seconda periferia" di Bologna metropolitana. Essa comprende due importanti frazioni: Vado e Rioveggio. - Vado: rappresenta la realtà potenzialmente più dinamica in questo senso. Si tratta di un paese incassato nella media bassa Valle del Setta, che emerge da un passato agricolo e che è modificato profondamente dalle due grandi infrastrutture nazionali: la Ferrovia Direttissima e l'Autostrada del Sole. Tra i due interventi si era registrata la quasi totale distruzione del paese dovuta alla guerra. Attualmente, con i suoi oltre duemila residenti costituisce la più grossa realtà abitativa del Comune, ancora in espansione, nonostante gli oggettivi limiti fisici. Edilizia e trasporti sono i settori economici che hanno guidato la ripresa post-bellica. Il paese appare impegnato a trovare un nuovo equilibrio fra la dimensione del "borgo tradizionale", con i suoi limitati orizzonti, ma anche con le sue peculiari solidarietà da una parte, e l'attrazione ormai forte della "cultura urbana", sia a livello dei servizi e delle attività economiche (sia a quello delle relazioni umane e culturali) dall'altra. Di questa transizione si vivono, ovviamente, anche tutte le contraddizioni, non sempre ben assorbite e metabolizzate. Vado è stato soggetto, ed in parte lo è ancora, di un ragguardevole flusso migratorio proveniente dal meridione d'Italia, che ha sedimentato diverse stratificazioni con una differente integrazione nel paese. Sono ben visibili, a livello dei rapporti di socializzazione (soprattutto dei ragazzi e dei giovani) le conseguenze di queste "ondate". Si tratta di un terreno molto delicato, che richiede attenzione e sapienza d'intervento (sostanzialmente trascurato fino ad ora). Forse più che in altre parti del Comune è visibile qui lo spettro di una condizione socio-economica notevolmente differenziata. Vado appare proiettato nella direzione di un paese fortemente integrato con la città che si spande sul territorio provinciale, situazione che ne potrebbe fare uno dei poli più interessanti della Valle del Setta (questo potrebbe avvenire ancor più dopo la realizzazione della Variante di Valico, con il conseguente abbattimento della vecchia Autostrada, con la costituzione del Parco Fluviale del Setta e di quello di Monte Sole).
- Rioveggio: è fisicamente e apparentemente la realtà più periferica e ambigua del Comune. Con circa ottocento abitanti, esso rappresenta la frazione più piccola di Monzuno e forse la più difficile da interpretare. Dallo spopolamento degli anni '50 - '70 ne è uscito con un profilo poco definito. L'antico predominio dell'agricoltura ha lasciato il posto ad un'economia che vede ancora il settore primario in posizione significativa nelle zone circostanti, il terziario di servizio dominare nel centro urbano e le attività artigiane collocarsi in un'area artigianale circoscritta. Il casello autostradale ha fortemente condizionato questo tipo di sviluppo e, sempre il casello, ha favorito il pendolarismo. Non di poco conto è la configurazione urbanistica di questo piccolo agglomerato, tutto sembra ruotare attorno allo svincolo autostradale che praticamente sfocia fra le abitazioni, a loro volta dispiegate sulla Strada Statale. Non esiste una vera e propria Piazza o un altro luogo di aggregazione sociale; infine la chiesa e la scuola elementare, anch'esse all'uscita della A 1, sono posizionate in modo marginale rispetto al resto delle costruzioni.
Queste brevissime note delineano l'ambiguità di Monzuno come paese dalle notevoli potenzialità oggettive, anche in relazione ad un possibile organico collegamento con la vicina Pian di Setta nel comune di Grizzana Morandi. D'altra parte la logistica fisica è molto difficile sotto il profilo ambientale (autostrada, ferrovia strada statale, futura Variante, ecc.) e la personalità sociale risulta sospesa tra un arroccamento familistico tardo-agrario ed una disgregazione reale caratterizzata da immigrazione più o meno recente e da un relativamente forte turn over demografico. IL DISAGIO IN UN PAESE DI MONTAGNAE' evidente dunque come un territorio così diversificato sia caratterizzato da molteplici cause di difficoltà e disagio e dai relativi sintomi. Partendo dalla frazione più piccola, Rioveggio, non si può che confermare l'ambiguità della situazione. Forse proprio l'assoluta assenza di luoghi di ritrovo o di semplice aggregazione, se escludiamo il bar, determina l'impossibilità o, per lo meno, la grande difficoltà di instaurare relazioni, di svolgere una vita sociale, attività che possano identificare la stessa frazione come "paese" degno di tale nome. Piccole località attorno a Rioveggio godono al contrario di una identificazione e di un autoriconoscimento molto più alti rispetto alla frazione. L'anonimato, la non conoscenza delle singole situazioni ed il non coinvolgimento sono purtroppo un po' la caratteristica di questa porzione di territorio che non è possibile definire ne' buona ne' cattiva. Vado, ormai area metropolitana, comincia a cogliere oltre che i vantaggi anche gli svantaggi della città. La grande immigrazione dal mezzogiorno avvenuta in modo rapido e non sempre ben calibrato, ha portato con sé situazioni di povertà culturale e materiale che ben si sono prestate a favorire la nascita di piccoli gruppi delinquenziali dediti a furti, atti vandalici e spaccio di droga. A Vado si sono già viste, nella scuola elementare e, soprattutto media, formarsi "classi difficili" dove i comportamenti devianti sono la maggioranza. A fianco dell'immigrazione nazionale in questi ultimi anni anche quella extracomunitaria comincia a delinearsi come fenomeno rilevante. Si è passati dai primi ospiti provenienti da nazioni come l'Iran, Stati dai quali si scappava per motivi politici, ad un afflusso più massiccio e diversificato. Il trovarsi su una grande via di comunicazione, la presenza della stazione ferroviaria e della vicina autostrada, rendono Vado una "spiaggia" abbordabile ormai da chiunque. L'immigrato, a differenza dei primi casi di qualche anno or sono, non è più vissuto come la persona sfortunata da aiutare, ma più spesso oggi, come un problema che sarebbe meglio non avere, dalla solidarietà si sta passando all'indifferenza e all'emarginazione. Il continuo pendolarismo dei giovani verso la città per motivi di studio e di lavoro, la dimensione della frazione ormai più prossima alla definizione di cittadina che non di borgo paesano, hanno come conseguenza negativa più clamorosa quella della droga. La consistenza numerica degli abitanti, l'urbanizzazione, da alcuni anni impegnata ad ampliare gli spazi favorendo la costruzione di veri e propri complessi condominiali, non portano più a sentire la necessita di nascondere il fenomeno o ad avere paura di essere riconosciuti e bollati. La spersonalizzazione sociale piano piano sta prendendo piede anche qui. La situazione degli anziani presenta caratteristiche ancora non del tutto negative, nonostante il progressivo invecchiamento della società qui rispecchi la stessa tendenza del resto della regione, il riconoscimento del valore dell'anziano come portatore di cultura e della memoria storica del paese, permette di non relegare quest'ultimo ad un ruolo marginale, almeno nei casi in cui la persona è ancora autosufficiente. Un intervento assistenziale quindi è necessario esclusivamente per quegli anziani soli, allettati o colpiti da patologie che ne impediscano una certa autonomia. Giungendo a Monzuno capoluogo la situazione cambia radicalmente: la gestione dei "mali sociali" è ancora affrontata in modo approssimativo e secondo la logica della accettazione passiva o del non riconoscimento del problema. Il ritardato mentale era fino a poco tempo fa un po' come lo "scemo del villaggio", conosciuto da tutti e a volte canzonato, l'alcolizzato la persona a cui tutti pagavano il bicchiere di vino e quello di cui certi ragazzi facilmente si potevano approfittare. Non mancano poi le situazioni famigliari particolarmente penose che però riescono a rimanere dimenticate anche per anni, favorite dal territorio rurale e dall'isolamento naturale di certi casolari. Chi ha più sofferto e risentito di questa emarginazione naturale sono soprattutto state quelle persone che per difficoltà oggettive, o per ignoranza sono sempre vissute all'interno del paese, quelle persone per cui andare a Bologna era un evento eccezionale, significava intraprendere un viaggio difficile e pericoloso. In molti anziani, ma anche in alcuni giovani monzunesi, è radicata una mentalità chiusa e legata alla tradizione contadina; se per un anziano questo può non creare grossi problemi, in quanto identificabile con una visione della vita ed una relativa organizzazione ancora basata sui ritmi e le esigenze di quaranta anni fa, per un giovane ciò diviene ben presto causa di disagio. La scuola è la struttura che può aiutare il bambino a riappropriarsi del suo tempo, può dargli quegli elementi di conoscenza necessari ad allargare la linea del proprio orizzonte, essa deve agire da stimolo per favorire la naturale soddisfazione della curiosità, del desiderio di sapere e di conoscere. Quando questo non avviene, quando all'uscita dalla scuola media qualche ragazzino o ragazzina si ritrova alla fine dell'unico percorso scolastico possibile, magari con qualche difficoltà a livello famigliare che vincola le scelte di crescita, ci si ritrova allora a dover fare i conti con il territorio. Possibilità di procedere negli studi non ce ne sono, posti di lavoro neppure e, durante il giorno, il paese in buona percentuale si svuota, l'esodo dei pendolari avviene di buonora ed il rientro praticamente al tramonto. In questa situazione i ragazzi che restano a "vagare per il paese", passando molte ore al bar, divengono i soggetti più a rischio, la disperata ricerca di qualcosa da fare a volte sfocia nella disperazione di quello che si è finito per fare. Episodi di piccola delinquenza minorile sono stati negli ultimi anni segnali indicatori di questo disagio, furti alla notte nei bar, atti di banale vandalismo, approcci alle ragazzine che finivano in violenze sessuali praticamente mai denunciate, ... La droga si inserisce certo in questa situazione di disgregazione e di caduta di valori, ma riesce probabilmente a giungere in questo paese anche per altre vie. A differenza della analoga situazione descritta per la frazione di Vado, a Monzuno l'esigenza di anonimato in questo senso è ancora molto alta. La ricerca, l'acquisto ed il consumo sono fatti "fuori" dal paese, la famiglia che ha "il problema" ben difficilmente lo ammette e ne parla, sarebbe qui un marchio troppo forte. Per Monzuno si potrebbero usare molti proverbi per far capire come prima di gestire il disagio bisogna scoprirlo: "L'apparenza inganna", "Non è tutto oro quel che luccica", ... Il grosso rischio infatti in questi piccoli agglomerati dell'Appennino è proprio quello di far finta di credere che non ci siano grossi problemi o che quelli che ci sono vengano gestiti abbastanza bene dal paese che li accetta senza approfondire. In realtà, e lavorando in questo senso sul territorio non si tarda a scoprirlo, le situazioni più gravi rimangono isolate, spesso l'ignoranza non permette neppure che gli interessati sappiano che potrebbero rivolgersi ai servizi sanitari o sociali pubblici. Altri casi, come quelli di "deboli mentali", vengono vissuti come "buffoni" o "scemi" del paese, con la convinzione di tutti che queste siano persone che non solo sono nate così, ma anche che mai potranno fare nulla di buono nella vita. LA STORIA E UN PO' DI FILOSOFIA.Nel Luglio dell'88 nasce, per volontà di un gruppo di undici persone (alcune delle quali impegnate nella conduzione di una comunità di accoglienza per tossicodipendenti e due ospiti della stessa), questa cooperativa di solidarietà, che ha come finalità principale quella di offrire una opportunità lavorativa a giovani che abbiano concluso il periodo di recupero presso la comunità e che non siano in grado di avvalersi di altre risorse. L'organizzazione è inizialmente molto semplice. Un consiglio di Amministrazione, composto da cinque dei soci fondatori, ha il compito di tracciare le linee guida e di promuovere all'esterno la neonata cooperativa. Un'educatrice, anch'essa Socio, con un contratto di lavoro a tempo parziale, è la prima coordinatrice e collega di lavoro dei ragazzi assunti. Il luogo dove svolgere le attività inizialmente è ancora ricavato all'interno della struttura "Comunità", finché, nell'89 è stato affittato un laboratorio a Monzuno. Subito sul territorio si riscontrano bisogni molto diversi da quelli contemplati negli obiettivi iniziali: disagio giovanile, handicap psichico ed anziani soli. Sono le situazioni che più necessitano di un concreto intervento. La cooperativa Lo Scoiattolo, rapidamente si organizza per offrire qualche risposta a tali esigenze, e lo fa assumendo alcune persone in difficoltà. Parallelamente anche la struttura organizzativa si deve adeguare: personale ed attività pratiche devono cominciare a crescere. Attualmente nei laboratori sono impegnate una ventina di persone, nove delle quali sono assunte come soci lavoratori, le altre in borsa lavoro; inoltre sono in servizio due obiettori di coscienza. Sul territorio per quattro anni (fino a tutto il '95) la Cooperativa ha gestito il servizio di assistenza domiciliare agli anziani, in convenzione con il Comune, impiegando due socie lavoratrici in possesso dell'attestato di assistente di base. Una importante scelta della cooperativa è quella di tutelare, con un unico contratto di lavoro, quello delle Cooperative Sociali, educatori, assistenti di base, tecnici e giovani in formazione o in difficoltà. Questo significa considerare differenti i ruoli e le competenze, ma pari la dignità. La cooperativa svolge prevalentemente lavori semplici, ma sicuramente "veri", ritenendo che non sia infatti possibile fare educazione e formazione al lavoro, solamente fingendo un'attività produttiva. Gli educatori non vogliono correre infatti il rischio di sminuire la "considerazione di sé" che ognuno possiede. Al contrario cercano di favorire la crescita dell'autostima basata sulla consapevolezza di essere un "vero lavoratore". Definire "vero" un lavoro lascia facilmente sottintendere l'esistenza di altri lavori che potrebbero essere considerati "finti", oppure "falsi". E' necessario chiarire questo concetto che riteniamo fondamentale nel parlare di riabilitazione, soprattutto se la intendiamo finalizzata ad un autentico reinserimento nel normale circuito sociale e produttivo. "Vero" è quel lavoro o attività che ha innanzi tutto una committenza, un'utilità evidente, un riscontro culturale o sociale e che produce reddito. Esistono esperienze riabilitative organizzate su diverse attività, a volte sperimentali di tipo espressivo o manipolativo. La materia prima non di rado è la stessa usata negli asili e nelle scuole materne (pasta pane o creta) manipolata però da adulti e non da bambini. Non vi è un vero rapporto con il mercato; spesso i prodotti di questi laboratori protetti o delle semiresidenze psichiatriche giacciono dimenticati negli armadi o impolverati sulle scaffalature. "Il lavoro" quindi rischia di trasformarsi in ergoterapia, dove l'importante non è tanto quello che si fa ma il semplice fatto di fare qualche cosa, di impegnare. Potrà da qualcuno essere letta in modo pessimistico questa breve esposizione, ma se proviamo a metterci per un attimo nei panni di chi, (il soggetto a disagio) più pessimista ancora, abituato ad esasperare ogni cosa, privo di autostima e magari pure depresso, che questi oggetti ha prodotto, che vissuto possiamo trarne? Che significato diamo a questo "lavoro"? Quale valore? Pesare ed insacchettare mezzo chilo di fagioli può, a prima vista, sembrare più banale, meno soddisfacente e meno valido che non comporre un piccolo mazzetto di fiori secchi; ma se i fagioli da pesare sono tre quintali, i sacchetti seicento, tutti devono avere un'etichetta con l'indicazione della scadenza, ogni venti confezioni devono essere riposte in un imballo di cartone che, a sua volta, andrà a comporre un bancale da spedire al cliente che ci ha ordinato il lavoro e che lo vuole il più in fretta possibile nel suo magazzino, allora il concetto cambia. I nostri fagioli acquistano una importanza immensa, l'importanza del "lavoro vero". Certamente lo stesso ragionamento vale per il mazzetto di fiori secchi se l'iter che ci ha portato a comporlo è lo stesso che ci ha fatto pesare e confezionare mezzo chilo di fagioli, purtroppo non vale più se sarà dimenticato in un cassetto. Va infine considerato che il lavoro "vero" viene pagato e contribuisce in buona parte a sostenere la "CAUSA". A dimostrazione della rilevanza che il laboratorio riveste basta ricordare che le entrate economiche date dal lavoro, rispetto a quelle del rapporto di convenzionamento con le A.S.L., sono pari al 75% - 80% del fatturato. Indispensabile comunque alla copertura dei costi di gestione è il contributo e l'attività dei Soci Volontari. OBIETTIVI GENERALI E FINALITÀ DEL PROGETTO- Consentire la maturazione complessiva della personalità attraverso la formazione e l'acquisizione di conoscenze lavorative graduale e proporzionata alla capacità della persona.
- Offrire un percorso personalizzato che tenga necessariamente conto delle capacità, delle potenzialità e dell'unicità di quella persona, attraverso l'acquisizione di competenze operative tendenti a favorire autostima e senso di responsabilità.
- Favorire l'acquisizione di capacità relazionali e di socializzazione attraverso la consapevolezza di appartenere ad un gruppo.
DESTINATARII soggetti a cui è rivolto il P. E., vivono in situazioni di svantaggio, sia che riguardi problematiche sociali, fisiche o psichiche. Questo svantaggio non può essere tale da impedire un recupero attraverso la formazione e non può precludere la possibilità di esprimere proprie capacità e potenzialità che serviranno, in un secondo momento, nel mondo del lavoro. I soggetti entrano in Cooperativa su proposta dell'ente pubblico; ossia dei Servizi delle diverse Aziende Sanitarie Locali (S.S.M., Handicap, Sert, Minori) o dei Comuni (Servizi Sociali Adulti). Le modalità di inserimento sono quelle: del Corso di Formazione, della Borsa Lavoro e della Convenzione finalizzata all'assunzione. La nostra Cooperativa si è trovata nei primi anni a modificare gli obiettivi e le problematiche verso lequali si era orientata perché, come sempre, l'esperienza sul campo, consente la messa a fuoco più precisa degli obiettivi. Per quanto riguarda il bacino naturale di utenza, ridefinirlo ha voluto significare, far convivere due problematiche differenti a cui fondamentalmente veniva comunque fatta la stessa proposta di percorso formativo. Parliamo del problema della tossicodipendenza e di quello dell'handicap psichico, l'esistenza di esperienze già vissute in questa doppia chiave è stata di grande aiuto. Ad alcuni anni di distanza si può anzi affermare che l'esperimento è perfettamente riuscito; la cooperativa ha continuato ad offrire un posto ad entrambe le tipologie notando che spesso proprio la "differenza" fra le due utenze ha favorito l'integrazione. Riconoscere, da parte dei singoli, che esistono tanti problemi diversi (droga, malattia mentale, disagio giovanile, disoccupazione) fa sì che il proprio disagio non sia più vissuto come "il problema" in assoluto, come la situazione attorno alla quale ruotano educatori, operatori sociali, medici o chissà quant'altro, ma che divenga invece uno dei tanti problemi da affrontare. Così ci si rende conto di come possano esistere anche "guai" più grossi dei nostri. Tutto ciò, sempre agganciandoci all'esperienza in questione, può, in alcuni casi, anche stimolare iniziative di sostegno verso i propri compagni di lavoro, a volte vere e proprie risposte educative agite fra "colleghi di lavoro". GLI STRUMENTICORSI DI FORMAZIONELo strumento del Corso di Formazione si pone come principale obiettivo quello di inserire minori, giovani e adulti nel mondo del lavoro, persone che vivono in ambienti poveri di stimoli sociali e culturali e che hanno sovente alle spalle percorsi scolastici fallimentari. Sulla base di una valutazione rispetto a quelle che sono le inclinazioni, le potenzialità ed i desideri personali, si costruisce per ciascuno un percorso di occupazione graduale e guidato, attraverso l'acquisizione di conoscenze teorico-pratiche e periodi di stage in azienda. BORSA LAVOROLa Borsa Lavoro è uno strumento di mediazione che ha come fine quello dell'inserimento del soggetto nel mondo del lavoro. Per mezzo della Borsa Lavoro, che viene attivata in accordo con la Cooperativa, dal Servizio diriferimento, il soggetto comprende e fa sue, tutte quelle che sono le regole che stanno alla base di un rapporto di lavoro. Si tratta del rispetto degli orari, dei colleghi e dei responsabili, l'attenzione alla qualità del prodotto, l'impegno nell'esecuzione delle mansioni affidate. Gli orari sono calibrati sulle reali possibilità individuali. La durata di una Borsa Lavoro varia indicativamente da sei mesi ad un anno, essa è prorogabile sulla base di progetti specifici o di una comprovata necessità. Durante questo periodo il borsista riceve mensilmente un premio di incentivazione Lavoro calcolato in base alle ore di presenza. Questo premio è a carico dell'Asl o del Comune che ha attivato la Borsa. L'Ente promotore provvede anche alla copertura assicurativa di Legge del soggetto e riconosce alla Cooperativa una quota oraria relativa alla "mancata produttività" ed al "tutoraggio". Il Progetto di Borsa lavoro del soggetto, nasce da un accordo tra il Servizio e gli educatori della Cooperativa. Il progetto può subire rielaborazioni nel tempo sulla base di conoscenze più approfondite dei bisogni della persona, valutati anche nella quotidianità dagli operatori della Cooperativa e da quelli del Servizio. A tal proposito, il Servizio che attiva la Borsa Lavoro e la Cooperativa si impegnano reciprocamente a mantenere un costante "dialogo", attraverso verifiche periodiche e relazioni. La Cooperativa durante tale periodo non assume obblighi di ordine economico. CONVENZIONELo strumento della Convenzione consiste in un accordo fra la Cooperativa e l'Ente Pubblico finalizzato all'assunzione come Socio Lavoratore del soggetto. L'Ente riconosce alla Cooperativa una retta mensile. Inserendo il soggetto con un reale riconoscimento di "lavoratore" che percepisce uno stipendio, matura i contributi pensionistici, gode di un periodo di ferie retribuite e delle tutele previste dalla Legge nei periodi di malattia e maternità, è possibile dare una garanzia di stabilità. Divenire Socio inoltre coinvolge nella gestione della Cooperativa che viene percepita responsabilmente come propria. Qualora si valuti la necessità di mantenere in un ambiente particolarmente favorevole, una persona per cui si ipotizzano grosse difficoltà di "tenuta" in una azienda diversa dalla Cooperativa, la Convenzione può essere istituita al termine di un percorso di Borsa Lavoro. I costi dell'assunzione e gli oneri assicurativi sono tutti a carico della Cooperativa. LAVORO DI RETEPer ogni soggetto operano enti competenti per le varie aree di sofferenza. E' auspicabile che tutti questi enti: A.S.L., Comuni, Associazioni, Cooperative Sociali o altre istituzioni, lavorino di concerto confrontandosi ed interagendo per il raggiungimento del benessere della persona. CONTESTO AMBIENTALEIL LABORATORIOTenendo conto degli obiettivi e finalità che la Cooperativa persegue, l'ambiente di lavoro è strutturato in laboratori destinati a precise lavorazioni. Questo consente, tenendo conto delle possibilità e capacità di ognuno, di trovare la giusta collocazione, permettendo una frequente rotazione delle mansioni. Dunque la "gradualità" di difficoltà nelle diverse lavorazioni e la "gradualità" di responsabilità affidate al singolo, sono intese come elemento importante del progetto educativo e di crescita del soggetto. Risulta necessario perciò creare, in questo contesto lavorativo un "clima" : - di accettazione della diversità altrui,
- di accoglienza dei singoli,
- di stimolo alla comunicazione ed alla relazione.
Il laboratorio è aperto dal Lunedì al Venerdì dalle 08.00 alle 17.00. Sono previsti alcuni momenti di pausa, il principale per il pranzo dalle 12.00 alle 13.00, e due brevi stacchi di 10 minuti dalle 9.50 alle 10.00 e dalle 15.00 alle 15.10 per un caffè o una sigaretta. In questo modo si evitano altre pause disordinate ed autonome che creerebbero difficoltà all'organizzazione ed alla gestione del gruppo di lavoro. IL PAESE ED I CITTADINIFin dai primi anni di vita del laboratorio di Monzuno, si è posta una grande attenzione al coinvolgimento dei concittadini. Abbiamo sempre cercato di portare "dentro" chi si avvicina al nostro ambiente. Realtà come la nostra, se riescono a stabilire un rapporto di collaborazione e fiducia con il paese, possono aumentare notevolmente le risorse a disposizione, le occasioni di relazione, di coinvolgere nuovi volontari, di far conoscere ed affrontare, a chi è sempre stato lontano e distaccato, i problemi del disagio, dell'handicap e dell'emarginazione. I VOLONTARILe Cooperative Sociali prevedono la figura del Socio Volontario, persona che assume un'importanza fondamentale per il sostegno e la crescita di realtà economicamente povere come quelle impegnate appunto nel sociale. La qualità del Volontariato, nel nostro caso, parte da due principi fondamentali: - l lavoro libero costituisce la massima realizzazione dell'uomo. Lavoro libero vuol dire adesione libera ad un progetto, vuol dire lavoro amato;
- il volontario non è tanto un "buono", ma piuttosto uno che trasferisce in un progetto socialmente importante le sue motivazioni verso una società civile condivisa.
Con queste premesse si capisce come il Volontario non partecipi "una tantum" con gesti di buona volontà per sentirsi la coscienza a posto, ma viva il processo di cambiamento continuo della Cooperativa, sia con il lavoro materiale, che con la partecipazione al dibattito sui contenuti di un progetto condiviso. LE AZIENDE ED IL MONDO PRODUTTIVOProponendoci come struttura che opera per la formazione e l'avviamento al lavoro, è indispensabile stabilire una stretta relazione con il mondo produttivo, con le aziende a cui proponiamo servizi e lavorazioni. Ai nostri clienti proponiamo un servizio che deve offrire vantaggi economici e la garanzia di ricevere un prodotto qualitativamente apprezzabile. I tecnici della Cooperativa valutano la fattibilità e la convenienza delle diverse lavorazioni, stabiliscono i tempi di lavorazione in modo da garantire, esaminando le potenzialità del gruppo, i tempi di consegna al committente. Con le ditte con cui si è instaurato un miglior rapporto di stima e di fiducia, la cooperativa sta cercando di avviare collaborazioni che trascendono la produzione in senso stretto. L'obiettivo che si vuole raggiungere è quello di esaminare congiuntamente possibilità di inserimento, di soggetti, che dopo aver svolto il periodo di formazione presso la Cooperativa, siano ritenuti maturi ed in grado di gestire in autonomia una diversa collocazione occupazionale. IL RUOLO DELL'EDUCATORE.L'educatore che opera in cooperativa deve svolgere sempre un doppio ruolo: ha, potremmo dire, una doppia responsabilità "verso l'utente" e "verso il cliente". Verso l'utente, attivando competenze pedagogiche nell'individuare potenzialità e capacità, in modo da affidargli mansioni congrue e di stimolo per la sua formazione. Richiamando l'attenzione alle regole, agli orari, alle responsabilità ed al rispetto reciproco, l'educatore deve riuscire a trasmettere, sia il senso di appartenenza al gruppo, che la coscienza di essere un elemento importante per la crescita della Cooperativa. L'educatore è comunque sempre l'osservatore privilegiato per l'andamento del progetto riabilitativo, è colui che per primo deve saper cogliere ed interpretare situazioni di benessere, malessere o disagio, deve intervenire per elogiare, stimolare o anche richiamare la persona che sta affiancando. L'intervento dunque, si sviluppa nell'ambiente di lavoro e l'utente che ne è il destinatario, interagisce con questo tipo di realtà in tutte la sua complessità, fatta di eventi, banalità, occasioni impreviste, di routine, ... E' dunque ancora l'educatore che deve operare, utilizzando ogni strategia, nella ricerca di un tale aggancio, sempre agendo nella chiarezza e nella concretezza delle cose più che con la teoria delle parole. L'obiettivo da raggiungere con il "giovane lavoratore" è quello di dargli tutti gli strumenti necessari per riuscire ad abbandonare ogni rigidità, in modo da prepararsi ad agire in una società sempre più fluida, sempre più dinamica, dai collegamenti imprevedibili e continuamente mutevoli e trasmettergli la forza necessaria per "reggere" al confronto e alle richieste che inevitabilmente dovrà imparare a gestire e soddisfare. La cooperativa "Lo Scoiattolo" da parte sua è talmente "agganciata" alla realtà che va parallelamente intesa come una vera e propria azienda, con i suoi rapporti di servizio e lavoro nel "terziario", con i suoi problemi di bilancio, di tempi di lavorazione e consegna e, non ultimo, di qualità. Nei confronti del cliente dunque esistono altre responsabilità che non possono essere trascurate in quanto, mettere in crisi i rapporti di lavoro in essere con le Ditte appaltatrici, significherebbe svalutare tutto il progetto riabilitativo. C'è una committenza che richiede una attività, l'attività produce reddito, il reddito finanzia la struttura e soprattutto consente il pagamento di affitti, utenze e stipendi. Il grande valore da scoprire, ma soprattutto da far scoprire, consiste nel vedere come tutto questo circuito esiste ed è avvalorato esclusivamente dal fatto che il "motore" lo troviamo nella prestazione lavorativa svolta dal singolo, non importa più a questo punto se il singolo sia il coordinatore, l'educatore, il disabile o l'emarginato, il singolo diventa, in relazione al suo ruolo ed alla attività svolta, indispensabile allo scorrere del sistema. Affinché, nel nostro caso, non sorgano inconvenienti che potrebbero mettere in crisi questa organizzazione, diviene fondamentale fornire all'educatore anche una competenza tecnica. Il laboratorio è strutturato su piccoli gruppi impegnati in attività anche molto diversificate fra loro, l'educatore è a volte anche il referente di un settore, è quello che, conoscendo le capacità e le attitudini dei ragazzi, deve saperli "collocare" in modo da rendere omogeneo e produttivo tutto il gruppo (e non solo il singolo), deve insegnare a "fare" e fare bene, deve trovarsi, senza che questo sia vissuto come un controllo ossessivo o una sfiducia, sempre a svolgere una mansione che gli consenta di verificare il lavoro svolto dal singolo e dal gruppo (ad esempio collocandosi all'ultimo anello del processo produttivo come alla chiusura delle confezioni contenenti il prodotto assemblato). In questo modo si ottengono non pochi vantaggi: - l'operatore non è colui che svolge l'attività principale
- è possibile controllare e verificare le capacità dei singoli in modo "morbido", non invasivo,
- è garantita la qualità nell'esecuzione del lavoro del gruppo,
- è tutelata l'esigenza del cliente di ricevere merce pronta per la commercializzazione,
- è tutelata l'immagine della cooperativa che si propone sul mercato come azienda competitiva,
- si evita di correre il rischio del "reso non conforme" ed il conseguente danno economico.
Non v'è dubbio che la complessità sia protagonista in questo tipo di organizzazione, anche se apparentemente, e c'è chi spesso lo afferma, questo genere di lavori è ritenuto banale, alienante o causa di ansie e demotivazioni. Riteniamo invece che caratterizzante sia sempre la modalità con cui una proposta viene fatta, se sappiamo realmente caricare di significato una cosa piccola purché concreta, possiamo attorno a quella, costruire un progetto; forse ci troveremmo a correre maggiori rischi se mirassimo invece troppo in alto, se ci trovassimo a proporre obiettivi lontani dalle reali possibilità di impegno delle persone, dover ridimensionare un obiettivo sarebbe un po' come proporre un fallimento, raggiungerne uno piccolo è comunque un successo. Ultimamente, essendosi sviluppate notevolmente le attività, abbiamo constatato quanto sia importante pensare alla presenza nei laboratori di una figura che ricopra proprio specificamente il ruolo di "Tecnico", ovvero del responsabile della produzione e della qualità. E' evidente che come l'educatore deve portare in sé anche competenze pratiche, la conoscenza del lavoro, ugualmente il tecnico non potrà trascurare il contesto nel quale si trova ad agire. Il confronto fra tecnici ed educatori deve essere costante in modo da mirare a buoni risultati sia sul versante della richiesta dell'utenza che su quello della richiesta delle aziende clienti. FASI OPERATIVEPRESA IN CARICOLa persona viene segnalata alla Cooperativa dai Servizi territoriali (Asl, Comuni) che, in un apposito incontro, ne presentano la specifica problematica agli operatori dello Scoiattolo. In seguito viene fissato un colloquio con la persona interessata ed il suo referente del Servizio, che può essere: l'assistente sociale, il medico o l'educatore, al fine di presentare la realtà della Cooperativa e dare un quadro più esauriente di quella che è l'attività lavorativa proposta. Sulla base di una scelta positiva e compatibile con l'operato della cooperativa, si concorda con gli operatori del Servizio referenti del soggetto, un progetto educativo sulla persona, che tenga necessariamente conto degli obiettivi dell'inserimento, delle modalità, dei tempi e degli orari di lavoro, determinati sulla base della reale motivazione del soggetto, della sua resistenza fisica, dei suoi tempi di applicazione e potenzialità che può, o potrà esprimere. E' necessario tener conto che tale progetto potrà in qualsiasi momento subire variazioni che possono nascere da una prassi quotidiana di continua relazione con la persona. Quale strumento utile per un'azione educativa più precisa, si farà richiesta al Servizio competente per la persona inviata, entro 15 giorni dall'inserimento, di una relazione socio - sanitaria scritta, al fine di possedere il maggior numero di dati e informazioni utili nella quale siano individuabili anche gli obiettivi che si vogliono raggiungere nel primo periodo. Nella fase iniziale dell'inserimento, possono essere previsti tempi di permanenza più brevi sul luogo di lavoro, al fine di permettere una gradualità, che con il procedere dell'esperienza verranno modificati fino al raggiungimento dell'orario più adatto a quel soggetto, anche, eventualmente, fino a giungere ad un orario pieno di 8 ore giornaliere. E' auspicabile comunque lavorare su inserimenti di almeno 4 ore giornaliere. Definita quella che sarà la data di inizio si provvederà, per mezzo di colloquio personale con il soggetto inviato, alla compilazione della Scheda d'ingresso, momento questo necessario per raccogliere, attraverso le parole dell'interessato, la sua storia, le sue passate esperienze lavorative, le sue motivazioni e le sue aspettative. Saranno definiti periodicamente incontri di verifica con la persona inserita al fine di valutare l'andamento del progetto in itinere, a tali incontri potranno partecipare anche i referenti esterni. Analogamente verranno previsti incontri di verifica tra gli operatori della Cooperativa e i referenti del soggetto volti a valutare l'andamento del progetto, le difficoltà, il raggiungimento e l'eventuale ridefinizione degli obiettivi. Gli educatori della Cooperativa predisporranno ogni anno (o comunque alla scadenza del progetto) una relazione da inviare ai Servizi competenti. Sono previsti diversi momenti di confronto e verifica in cooperativa, che si possono riassumere così: - riunione di gruppo a cadenza settimanale, come momento di confronto sull'organizzazione del lavoro e del modo di lavorare, anche se spesso questa diviene l'occasione, per fare emergere problemi personali legati al proprio vissuto...
- incontro a cadenza settimanale di equipe tra gli educatori ed i tecnici volto a valutare le metodologie, i progressi o le difficoltà dei singoli, le strategie da applicare. E' indispensabile che non vengano mai fatte proposte "contraddittorie", gli operatori devono parlare lo stesso "linguaggio";
- incontro a cadenza mensile del gruppo operativo (educatori, tecnici, obiettori e volontari) per dare un senso di continuità e completezza.
Tutti coloro che si trovano, a vario titolo, ad agire all'interno di un ambiente formativo ed educativo come il nostro, ricoprono di fatto un ruolo, divengono "punti di riferimento", è indispensabile quindi ancora "parlare tutti la stessa lingua" conoscere le metodologie e i problemi su cui si cerca di intervenire. E' auspicabile poi prevedere una stretta collaborazione con i Servizi territoriali per la ricerca di un possibile sbocco professionale al termine della permanenza in Cooperativa, proponendosi come mediatori in colloqui preliminari con le Aziende e come eventuali affiancatori iniziali dell'esperienza lavorativa che la persona farà. CONCLUSIONIQuando è uscita la Legge 381 del 91 che regolamentava le Cooperative Sociali, ci siamo subito posti il problema di come definirci: Cooperativa di tipo "A" dedita ai servizi assistenziali ed educativi o di tipo "B" di inserimento lavorativo. E' stata subito scartata l'idea, applicata da altre esperienze analoghe alla nostra, di scindere la Cooperativa in due realtà, una di tipo "A" ed una di tipo "B". Agendo in un territorio marginale e con una densità assai ridotta, volendo affrontare i problemi sociali di quell'area, non si può pensare ad una specializzazione, ad uno specifico settore d'intervento, bisogna al contrario sapersi attrezzare e ridefinire in base alle specifiche e diverse necessità di quel paese. Inoltre abbiamo ritenuto di scegliere il tipo "A" non solo perché consideriamo il nostro intervento, seppure agito assolutamente in ambito lavorativo, di tipo formativo ed educativo volto ad una diversa e definitiva collocazione delle persone a noi inviate dai servizi, ma anche perché riteniamo profondamente sbagliato dover certificare e classificare ufficialmente i "soggetti svantaggiati" inseriti nelle Cooperative Sociali di tipo "B" al fine di poter usufruire degli sgravi fiscali previsti dalla Legge. In questo modo le stesse Cooperative Sociali rischiano di divenire luoghi connotati dove si continua a definire il disagio, l'handicap, la differenza. Riteniamo che non sia questa la strada della vera integrazione. Negli ultimi anni è stata sperimentata una nuova forma di collaborazione con alcune aziende a cui la Cooperativa offre un servizio ormai consolidato. Attraverso contratti di "Affitto di Ramo d'Azienda" è stato, ed è, possibile organizzare nuovi nuclei operativi dove un paio di operatori riescono a gestire un gruppo di 8/10 persone. L'esperienza si sta dimostrando assai positiva in quanto si riesce: - ad offrire una risorsa formativa e lavorativa in zone diverse,
- non sono richiesti grossi capitali per impiantare la struttura (il rapporto di affitto di ramo d'azienda garantisce l'utilizzo del locale e delle attrezzature),
- la dimensione del gruppo permette di mantenere un rapporto stretto ed una buona relazione,
- le lavorazioni eseguite consentono migliori margini economici.
L'organizzazione su piccoli gruppi autosufficienti e coordinati fra loro, è la strada che la cooperativa in futuro potrebbe trovarsi a prediligere, ciò nella ricerca del miglior servizio che si vuole offrire sul territorio. La Cooperativa "Lo Scoiattolo" vuole quindi essere, quando è possibile, un momento di passaggio nell'esperienza lavorativa di una persona, vuole contribuire a fornire gli strumenti necessari, non ad una sistemazione permanente al suo interno, ma in altre opportunità lavorative del territorio. Pur consapevoli che non sempre è facile trovare la giusta collocazione per chi è portatore di particolari problemi o disagi, non vogliamo comunque perdere questa speranza. Realizzato con il contributo di: Marco Benni, Luigi Bertini, Elisabetta Bocchi, Alfonso Brunetti, Giovanni Canepa, Evi Cataldo, Francesco Manieri, Mirta Mezzini, Cristina Milani, Antonio Paccaloni, Marzia Piana |